Sissignore! Nossignore!

Nel campo dello sviluppo umano un modello (1) per me illuminante è stato quello che può essere chiamato il ciclo della dipendenza, basato sugli studi di numerosi psicologi dell’età evolutiva (v. ad esempio Mahler o Erikson). Non me ne vogliano gli esperti del settore per il livello di semplicità con cui lo rappresenterò: è solo per una finalità divulgativa ad uso di tutti. Quello che viene osservato per l’individuo nella sue prime fasi di formazione rispetto alle diverse figure di riferimento è infatti applicabile successivamente alla vita adulta e ai vari ambiti esistenziali. Può quindi aiutare a capire come ci poniamo, ad esempio, all’interno di un’organizzazione rispetto alla sua linea gerarchica.
La fase iniziale dello sviluppo è di dipendenza del bambino dalla mamma e poi dalle diverse figure di accudimento attraverso le quali questo trova soddisfazione ai propri bisogni, sia fisiologici che psicologici.
Il bambino sviluppa nel tempo livelli crescenti di indipendenza, imparando a badare a sé in modo sempre più autonomo, fino a che il contatto con gli altri è ridotto al minimo indispensabile.
Questa fase può trasformarsi in controdipendenza, atteggiamento ribelle spesso tipico dell’adolescenza e che sancisce in modo definitivo il distacco dalle figure di riferimento .
Il punto di arrivo, non scontato, è quello della interdipendenza, fase in cui l’individuo maturo si pone in una relazione flessibile con gli altri, nella quale prende e dà allo stesso tempo in un legame di reciproco bisogno. A livello diverso è la fase dell’unione, dell’integrazione, del passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva.
Il percorso descritto non è necessariamente lineare ma ha di solito tempi e intensità diverse. Ciascuno di noi tende poi a stabilizzarsi in una o l’altra delle diverse fasi, che caratterizzano così nella vita adulta il nostro atteggiamento prevalente verso gli altri.
La domanda quindi può essere: come ci comportiamo normalmente? Abbiamo raggiunto l’ideale interdipendenza o siamo invece più “bloccati” in una delle precedenti fasi? Tendiamo ad uniformarci passivamente alle richieste degli altri, in particolare delle nostre figure di riferimento, o al contrario ci ribelliamo anche senza motivo reale? Siamo tendenzialmente distaccati dal contesto in cui viviamo o lo viviamo pienamente?
Riconoscere queste caratteristiche in sé e negli altri ci aiuta a rompere eventuali automatismi e condizionamenti del passato e attuare, di volta in volta, la strategia più efficace per raggiungere obiettivi personali e collettivi.
Il ciclo della dipendenza può quindi essere un modello utile anche in un percorso di coaching in azienda o in generale di sviluppo, sia per comprendere come ci si rapporta alla gerarchia che per gestire la performance dei propri collaboratori e adottare poi lo stile manageriale più adatto alla circostanza.

(1) La realtà è ben più complessa di come la si riesce a rappresentare attraverso i modelli costruiti per interpretarla. Rimango però sempre affascinato dalla capacità di ogni modello di cogliere almeno un aspetto particolare, una specifica legge, un determinato risvolto di ciò che è di fronte a noi. Ogni modello è per definizione auto-referenziale e astratto ma è anche vero, come dicono gli americani, che non c’è nulla di più pragmatico di una buona teoria. L’importante è non sposarne una sola ma abbracciarne quante più possibile e saperle utilizzare in maniera flessibile.

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