La rana, lo scorpione e i tre cervelli

Lo scorpione stava per affogare cercando di guadare il fiume e chiese così alla rana, che invece nuotava tranquillamente, di trasportarlo dall’altra parte. Ottenne però un comprensibile rifiuto: “No, perché se ti faccio salire sulla mia schiena tu mi pungi e io muoio”. La rana si fece tuttavia convincere dall’argomentazione dello scorpione: “Se così facessi morirei anche io!”. Giunti alla metà del fiume lo scorpione punse la rana. “Perché lo hai fatto?”, chiese questa mentre entrambi stavano affogando. ”E’ la mia natura!” rispose lo scorpione.

Forse conoscevate già questa storiella, che possiamo però rileggere, andando anche oltre il pessimismo del suo finale, con la teoria dei tre cervelli del neurofisiologo americano PaulMacLean. Già negli anni 70 questi spiegava come nell’uomo operino contemporaneamente i tre sistemi costituiti da:
– cervelletto e bulbo spinale, il c.d. cervello rettile, sede degli istinti di base (fra cui ad es. attacco/fuga);
– sistema limbico, il cervello paleomammaliano sviluppatosi nei mammiferi, responsabile fra l’altro dell’origine e della gestione delle emozioni;
– neocorteccia, i due emisferi cerebrali che formano il cervello neomammaliano, sede dei processi cognitivi superiori e che solo nell’essere umano ha raggiunto un’evoluzione così avanzata.

L’esistenza di tre sistemi autonomi e interdipendenti dovrebbe garantire nel comportamento umano un equilibrio armonioso fra istinti, emozioni e razionalità ma vediamo che questo non succede facilmente. Constatiamo invece spesso decisioni prese senza una base razionale, momenti di vero e proprio “allagamento emozionale” e comportamenti inutilmente aggressivi. Cosa dire allora? “E’ la mia natura!” come lo scorpione? Sfortunatamente – si fa per dire – la neocorteccia di cui siamo dotati ci condanna al libero arbitrio e alla relativa responsabilità personale. Attiviamo allora la funzione razionale e, attraverso consapevolezza e auto-correzione, cerchiamo di decondizionarci dai nostri comportamenti automatici se questi non generano utilità nel modo più esteso possibile. Oggi più che mai viviamo infatti in un mondo interconnesso, nello spazio e nel tempo. Ho bisogno dei miei colleghi anche solo per raggiungere i miei obiettivi e a maggior ragione quelli aziendali. Non posso ignorare chi vive lontano da me: se non sta bene presto verrà a cercare la felicità nella mia parte del pianeta. Pensare che scaricando i rifiuti nel giardino di qualcun altro risolverò il mio problema è un illusione che avrà vita breve. Il mondo animale e l’ambiente se non curati si ritorcono contro l’uomo. Gli esempi possono essere infiniti e a livelli anche molto diversi fra loro.

Il ruolo della formazione aziendale e più in generale dell’educazione dovrebbe essere quello di creare un contesto facilitato e protetto – senza rischi e ricadute reali – in cui raggiungere una migliore integrazione dei tre cervelli, riconoscendo quello che gioca eventualmente un ruolo predominante e sperimentando nuove modalità comportamentali più funzionali al tempo stesso per sé e per gli altri.

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