Pragmatica della comunicazione umana

Un classico che non può mancare negli scaffali degli studiosi di comunicazione ma che può essere un eye-opener per chiunque, se si riesce a superare la complessità soprattutto dei primi capitoli dedicati ai fondamenti teorici, alla brutta anche saltandoli a piedi pari o rendendoli oggetto di lettura veloce…

Paul Watzlawick (1921-2007, psicologo austriaco naturalizzato statunitense, principale esponente di Palo Alto e della scuola sistemico-relazionale) lo pubblica insieme a Beavin e Jackson nel 1967. In Italia il libro è edito da Astrolabio, per intenderci la casa editrice fondata da Mario Ubaldini nel 1944 e i cui testi vediamo ordinatamente allineati in libreria nelle sue due collane, una gialla (psicologia clinica) e una azzurrina (filosofia e religioni orientali). Quei libri che non si possono assolutamente leggere in e-book

Il secondo dei sette capitoli, quello che anche per i non-tecnici può risultare illuminante, è in particolare relativo alla enunciazione dei c.d. cinque assiomi della comunicazione. Nello studio degli scopi e degli effetti concreti della comunicazione (pragmatica) tali assiomi rappresentano infatti per gli autori principi talmente evidenti che non hanno bisogno di essere dimostrati ma solo illustrati. Di seguito li illustro con parole mie, facendo riferimento all’edizione Astrolabio del 1971 e banalizzandoli volutamente per fini esemplificativi ma senza intenzione di sminuire i contenuti ben più profondi espressi da Watzlawick & Co.

Primo assioma: èimpossibile non comunicare.

Qualsiasi cosa diciamo o non diciamo, facciamo o non facciamo, anche la nostra presenza o assenza ha un effetto sugli altri. Lo ha ben capito e rappresentato Nanni Moretti nel suo primo film in 16mm “Ecce bombo”, quando il protagonista risponde a un invito a una festa dicendo “Vengo. No, non vengo. Anzi, vengo e mi metto in disparte così mi si nota di più”. Attenzione quindi, siamo sempre in un costante flusso di comunicazione e il problema è che spesso non ne siamo consapevoli… V. anche il quarto assioma sotto.

Secondo assioma: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, con il secondo che classifica il primo.

Ad esempio io posso dire: “Sono le 17:00” con un messaggio apparentemente neutro (contenuto) nei confronti del destinatario ma che sottintende normalmente aspettative, richieste, ingiunzioni (relazione). Quanto più il contenuto espresso rispecchia l’intenzione relazionale tanto più la comunicazione è funzionale. Ad es. “Sono le 17:00, siamo in ritardo e ti chiedo di affrettare i preparativi” oppure “Sono le 17:00, sono infastidito dal fatto che siamo in ritardo” oppure “Sono le 17:00, siamo in ritardo e sono infastidito dal fatto che io sono pronto e tu no”. Comunicare sulla comunicazione (metacomunicare, ad es. dichiarare apertamente la propria intenzione relazionale: “Sto scherzando”, “Ti sto chiedendo questo”, ecc) è un’abilità importante per una relazione sana.

Terzo assioma: la natura di una relazione dipende dalla natura della punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.

Ai genitori di bambini piccoli (ma anche più grandi) sarà spesso capitato di gestire una situazione simile “Giovanni mi ha tirato i capelli!” “Si, ma Paolino mi ha rubato un giocattolo” “Si, ma Giovanni ieri mi ha strappato il quaderno” “Si, ma Paolino mi aveva preso la bici” Si, ma Giovanni mi aveva …..”ecc. ecc. La relazione è costituita da un flusso ininterrotto di comunicazione che noi tendiamo invece selettivamente a frammentare in sequenze finite stabilendo arbitrariamente una relazione di causa-effetto (Paolino fa così perché Giovanni ha fatto cosà o viceversa). Solo la visione in chiave sistemica della relazione permette di uscire da tale trappola lasciando a entrambi i comunicanti la possibilità/responsabilità di influenzare (positivamente) la relazione. “Bambini: non mi interessa chi ha cominciato. Imparate a mettervi d’accordo fra di voi”.

Quarto assioma: la comunicazione avviene attraverso il modulo digitale e quello analogico.

Il modulo digitale (parole, simboli, immagini) ha una caratteristica di maggiore oggettività grazie alla interpretazione comune generalmente raggiunta intorno ad essi: una mela è una mela (anche se… vedi uno dei miei precedenti post). Il modulo analogico, rappresentato dalla comunicazione non-verbale (gesti, postura) e para-verbale (tono della voce, ritmo, volume) offre invece infinite sfumature di più difficile lettura e che influenzano la relazione in modo più ambiguo del modulo digitale. Molte delle incomprensioni nascono proprio dalla distonia fra modulo numerico e modulo analogico, mentre un maggiore allineamento dei due moduli rende più facile la comunicazione. A rendere poi ancora più complessa la situazione è che persone diverse e situazioni diverse possono dare origine a diverse interpretazioni soprattutto del modulo analogico (ad es. a me non infastidisce una persona a braccia conserte, ad altri dà impressione di chiusura).

Quinto assioma: gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari.

Comunicando due persone possono porsi in posizione di uguaglianza oppure one-up/one-down. Nel primo caso si è su di un livello paritetico, nell’altro si è stabilito un rapporto sempre di equilibrio ma regolato da una differenza di livello. Ciò che distingue l’una dall’altra è la suddivisione della possibilità di influenzamento e della relativa responsabilità di gestione della relazione, divisa al 50% in quella simmetrica  di due persone che collaborano o in modo diverso in quella complementare di capo-collaboratore, medico-paziente o genitore-figlio. Da tale analisi iniziale dipartono poi numerose osservazioni ad es. sulla possibilità di relazioni rigide-adattate-flessibili, di dipendenza o inter-dipendenza per le relazioni complementari o di escalation di quelle simmetriche per trasformarle in complementari per iniziativa dell’uno o dell’altro.

Molto di più spiega il libro di Watzlawick in termini anche di ricadute dei suddetti assiomi, ad esempio nella comprensione e della comunicazione patologica (capitolo 3) e della sua “cura” (capitolo 7). Spero comunque che i pochi cenni sopra forniti rappresentino uno spunto per la lettura del “classicone” qui riproposto. Quindi, buona lettura…!

 

 

 

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