Mi piego ma non mi spezzo

Ultima nata, la scienza psicologica – sempre che tale si voglia considerare – ha tratto dalle preesistenti discipline diversi termini e concetti trasportandoli dal mondo materiale a quello intra-psichico. Si pensi ad esempio a feedback e stress, rispettivamente mutuati da biologia e metallurgia.
La resilienza si è aggiunta per ultima all’elenco ad indicare la capacità di una persona – così come di un corpo fisico – di affrontare le pressioni derivanti dal cambiamento esterno con forza e flessibilità al tempo stesso, caratteristiche solo apparentemente antitetiche.
In campo psicologico la resilienza è la capacità di “navigare il cambiamento” senza naufragare e senza farsi abbattere da questo, adattandosi attivamente ad esso e trasformando se stessi se necessario, ma senza perdere la “forma” originale. Quando cambia l’ambiente esterno possono – anzi devono – cambiare le capacità, le competenze e il modo di vedere le cose. Occorre tuttavia anche stabilità emotiva e centratura rispetto alla parte più profonda, a livello organizzativo oltre che personale, rappresentata ad esempio dalla struttura valoriale.
La fragilità può essere probabilmente identificata come il contrario della resilienza, con una tendenza a spezzarsi e perdere definitivamente la forma iniziale. Oggi il cambiamento assume a volte la forza di terremoti che travolgono le organizzazioni, spezzando anche quelle strutture che appaiono invece dall’esterno come solide e incrollabili. Ecco, la resilienza ha a che vedere con una sorta di capacità antisismica che permette di affrontare efficacemente gli eventi traumatici della vita personale, organizzativa, sociale. Per comprendere quanto il concetto di resilienza sia pervasivo, oltre che i contributi di tecnici come lo psichiatra/filosofo austriaco Viktor Frankl e il suo libro “Uno psicologo nei lager”, basta rivedersi l’altrettanto umano e poetico film di Roberto Benigni “La vita è bella”.
La resilienza è una caratteristica innata? Di sicuro in un dato momento è posseduta in misura maggiore o minore da ciascuno rispetto agli altri, secondo una distribuzione disomogenea pari a quella di tante altre caratteristiche personali. Allo stesso modo esistono culture e organizzazioni che presentano diversi livelli di resilienza. A partire da ciò può tuttavia sempre essere sviluppata se la si intende come un processo sul quale applicarsi con lo studio e la pratica. Anche in questo ambito è vero che non c’è nulla di più pratico di una buona teoria e che, poi, la funzione sviluppa l’organo.
Numerose sono state le ricette per sviluppare la resilienza offerte dalla psicologia – e prima ancora dalla filosofia e da tutte le tradizioni sapienziali – comprese da ultimo la mindfulness o meditazione di consapevolezza che dir si voglia. Per rimanere su di un piano pragmatico e accessibile a tutti, le fasi del processo della resilienza applicate ad un contesto di cambiamento organizzativo e trasformazione personale possono essere individuate nelle seguenti:
o Consapevolezza personale: per comprendere meglio la propria natura, le proprie risorse e le proprie resistenze al cambiamento
o Conoscenza del contesto: analizzare cosa sta succedendo all’esterno, quale cambiamento sta prendendo forma nell’organizzazione, perché e quali possono essere i vantaggi oltre che i rischi
o Comprensione e utilizzo del risorse esterne: oltre a far leva su di sé è di fondamentale importanza rapportarsi correttamente agli altri attori del cambiamento per creare le necessarie sinergie lavorative
o Azione: alla fase di analisi e preparazione deve seguire poi quella della sperimentazione, dell’impegno e del monitoraggio dei nuovi comportamenti organizzativi necessari per vincere la sfida del cambiamento che oggi, a pieno titolo, può essere considerata l’unica costante.

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