Leadership ed empatia

In periodo natalizio il rischio del buonismo è reale. Forse per questo motivo mi sento in obbligo di divulgare invece i risultati di una ricerca scientifica condotta nel 2011 negli Stati Uniti al Center for Creative Leadership, nella quale è stata riscontrata una relazione positiva fra leadership efficace ed empatia. Lo studio condotto su 6.000 manager di 38 paesi dimostrerebbe quindi che nelle organizzazioni l’attenzione alle persone generi migliori risultati di business.
L’empatia – la capacità di capire profondamente l’altro – è qualcosa di istintivo che ci appartiene fin dalla nascita – pensiamo alla comunicazione non verbale fra neonato e mamma – anche se tendiamo a perderla progressivamente con lo sviluppo del linguaggio e delle funzioni cognitive superiori.
L’empatia è ben diversa dal buonismo ma anche da amore, affetto o simpatia: aiuta a mettersi nei panni dell’altro senza necessariamente fondersi con questo. Empatia non significa accettare tutti i comportamenti altrui ma almeno capirne le motivazioni: se qualcuno cerca di saltare una fila posso provare a chiedere perché, valutando meglio se far valere o meno il mio apparente diritto. Empatia non è evitare a tutti i costi di generare sofferenza per altri se questo è inevitabile ma vuol dire quantomeno spiegare, come farebbe un buon medico quando compie una manovra dolorosa per il paziente.
In campo organizzativo il leader deve motivare e indirizzare ciascuno verso gli obiettivi comuni ma anche correggere comportamenti disfunzionali, così come compiere scelte a volte impopolari. La comprensione empatica permetterà di realizzare tutto ciò con considerazione e riconoscimento delle aspirazioni e delle ragioni dei singoli, sia che si tratti di assecondare le azioni individuali o di effettuare le dovute correzioni. Anche in ambito pedagogico i “no” aiutano a crescere, se formulati in maniera equa, motivata e innocua per la relazione.
Un altro studio del 2013 della Wilfrid Laurier University in Canada dimostra tuttavia come esista una correlazione inversa fra potere ed empatia. Se aumenta il potere diminuisce l’empatia – rilevata attraverso l’attivazione del sistema dei neuroni-specchio, ritenuti oggi alla base di quest’ultima – e viceversa.
Azzardo l’ipotesi che la natura ci abbia fornito di un correttore automatico dell’empatia affinché il potere possa essere effettivamente esercitato, a vantaggio dell’intero sistema, senza essere inibito completamente dalla prima. Questo meccanismo sembra però funzionare meglio nel mondo animale, in cui l’elemento dominante è sempre comunque al servizio del branco.
Le neuroscienze potranno forse in futuro formulare una diagnosi più esatta sul rapporto fra potere ed empatia ma la terapia rimarrà sempre nella sfera della responsabilità di ciascun leader e di ciascuna organizzazione. Ammesso e non concesso che non ci funzionino bene i neuroni-specchio, ci rimangono sempre le funzioni cognitive dell’apprendimento: non abbiamo via di scampo! L’esperienza di questi ultimi anni dimostra che l’empatia può essere ri-appresa attraverso opportune azioni di training e coaching. E’ ormai accettato, sia in ambito scientifico che nella vita reale, che l’empatia rappresenta una vera e propria competenza, in particolare una life-long skill che può essere ri-acquisita attraverso formazione ed esercizio concreto. Per alcuni può essere una qualità innata, per nessuno la sua mancanza può invece essere un alibi.

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