Il Sor Antonio

Roma anni 60, quartiere africano, un intreccio di vie che evocano la magia ammaliante del continente nero. Assab, Giarabub, Tigré: nomi esotici retaggio di un passato in cui l’Italietta nostra aveva provato anche la via del colonialismo.
Il mercato rionale all’aperto si stendeva su due file lungo l’area pedonale centrale di tutta Viale Eritrea, insieme alla sua prosecuzione Viale Libia a costituire insieme il cuore nevralgico del quartiere. Odori, immagini e suoni che allora come ora trovavo istintivamente affascinanti, incuriosito e attratto dalla operosità dei vari “fruttaroli” e “pizzicagnoli” che in maniera scanzonata e bonaria attiravano i clienti alla degustazione e all’acquisto. Oggi che il mercato è stato spostato al coperto tutta quell’area è diventata il parcheggio ambito di tutti i residenti. Al tempo, bambino e poi ragazzo, non ero io a fare la spesa ma mamma e papà. Oggi sono io a riempire il carrello con prodotti incellofanati offerti dalle corsie ordinate di un freddo supermercato, dove gli acquirenti sono spinti dalla martellante musica di sottofondo a pensare poco a cosa comprano e a farlo velocemente.
Il Sor Antonio portava al mercato quello che il pezzo di terra gli restituiva in cambio delle sue continue cure: uva, frutta, verdure. Minuto, scuro, baffetti dominanti su una barba sempre trascurata, curvo e dal passo esitante tirava a mano il carretto dalle due lunghe stanghe nel breve tragitto fra il suo magazzino e il mercato. Lo osservavo soprattutto al ritorno quando ormai anche io ero rientrato dalla mia “fatica” di studente alla vicinissima scuola media Massimo D’Azeglio e poi al poco più lontano liceo classico Giulio Cesare. La mattina, all’alba, era più facile che sentissi solo il rumore delle ruote del suo carretto sui sanpietrini del cortile, microcosmo di attività e umanità. Mi dava la sveglia se già non ero con i libri in mano a integrare lo studio non completato il giorno prima per gli altri “impegni” che avevo: la scherma, le lezioni di inglese, gli amici e l’esplorazione di Roma con motorini spesso resi oggetto di innocenti modifiche (il soprannome “er modifica” mi derivava da quest’ultima attività, mentre “er molazza” dalla voracità che fin da allora mi contraddistingueva).
Spesso lo osservavo curioso quando, rimessa la sua merce, si dedicava ad altri lavori. Il Sor Antonio fu per me fonte di ispirazione e di apprendimento guardandolo mentre riverniciava la sua Topolino, unico esemplare che ricordo di aver visto in uso a Roma, usata come moderna station wagon. Stucco in abbondanza a coprire i difetti del tempo e un color grigio scuro dato sopra con il vecchio spruzzatore in alluminio del Flit, allora comunissimo veleno per insetti. Pochi anni dopo, anche io improvvisato carrozziere, lo emulai riverniciando completamente l’ormai vetusta Fiat 1100R lasciatami in eredità da mio padre. Perso pochi giorni prima del mio esame di maturità, non aveva fatto in tempo a mantenere la promessa di una 500 tutta per me al completamento del liceo.
Ma la cosa che più mi affascinava del Sor Antonio era come, con maestria e pazienza, costruiva da sé il calcio della sua doppietta che spesso cambiava nella ricerca della migliore imbracciata. Già da allora la caccia non mi attirava ma ero stato fin da piccolo appassionato di armi, in parte incoraggiato dai film western e dalle letture di Sandokan e dei suoi tigrotti di Monpracem. Una passione oggi razionalizzata a livello sportivo in una continua sfida di destrezza con me stesso.
Un po’ come Michelangelo che “cavava il più dal marmo”, da un pezzo squadrato di legno pregiato – oggi mi incuriosisce il tipo di essenza che usava – il Sor Antonio per sottrazione progressiva con i sui strumenti affilati liberava la forma elegante di un calcio alla fine lucido e magistralmente zigrinato nell’impugnatura con centinaia di passaggi di un’apposita sgorbia. Che meraviglia era quel lavoro. Anche se l’arte è altro, qualsiasi lavoro artigianale di tale fattura può ben esserne considerato l’anticamera.
Ripensandoci ora ho imparato molto dal Sor Antonio, ben più di qualche manovra tecnica. Per me è stato un modello di riferimento nel creare il mio approccio alla realtà che ci circonda e alla vita. Un modello rinforzato da altri familiari con esso coerenti. Stessa ingegnosità, stessa capacità – si direbbe oggi – di problem solving – mi hanno trasferito nonno Peppe e Zio Osvaldo, entrambi da parte di madre. Mio padre mi ha trasferito invece la sua capacità di sognare ad occhi aperti, l’amore per la scrittura e la passione per la terra solo recentemente riscoperta.
Forse non siamo poi così passivi nell’introiettare i modelli che la vita ci offre quando si sta formando il nostro carattere. E non mi riferisco solo al meccanismo selettivo inconsapevolmente basato sul nostro atteggiamento di momentanea dipendenza o contro-dipendenza nei confronti di quella specifica figura di riferimento. Credo che molto sia già scritto dentro di noi. La parte più profonda trova posto in quello che non vedo come condizionamento o limite ma come “vero sé”, diretta trasfusione materiale di uno Spirito al quale ancora non sappiamo – e probabilmente non sapremo mai – dare spiegazione se non secondo le verità soggettive e parziali della propria fede, religiosa o atea che sia.
Lo sforzo maggiore dell’essere umano è proprio entrare in contatto con la parte vera di sé, che per definizione è buona e saggia e non può non volere altro che il bene personale e collettivo.

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