Fa’ una cosa alla volta

Me lo diceva sempre mio nonno, che non conosceva la mindfulness ma di fatto ne metteva in pratica almeno uno degli atteggiamenti, con la sua capacità di concentrarsi su ciò che stava facendo senza farsi distrarre da altro. Cosa facciamo invece, abitualmente, mentre ci laviamo i denti o guidiamo la macchina? La mente sceglie troppo spesso un oggetto diverso, credendo che il tempo dedicato ad un’attività di routine sia sprecato se contemporaneamente non si realizza altro. E così l’iniziale flusso logico lineare, in queste come in altre occasioni, ben presto diventa dispersione, andirivieni e rimuginio della mente lasciata libera di correre come un puledro irrequieto. La mindfulness tuttavia non è solo capacità di concentrazione e soprattutto non è di oggi: affonda le sue radici nel buddhismo – ma anche in altre tradizioni sapienziali – ed è indicata in questo come sati, parola in lingua pali difficile da tradurre in italiano al pari del corrispondente inglese. Probabilmente presenza mentale ne coglie da vicino il significato forse più dello stesso termine consapevolezza ormai invalso nell’uso comune, che però suggerisce bene il risultato finale raggiungibile attraverso la pratica quotidiana del relativo atteggiamento e della meditazione formale. A cosa ci serve la pratica di consapevolezza o mindfulness che dir si voglia? Detto in modo semplice a vivere meglio, a ridurre il livello di sofferenza che accompagna le nostre vite con sfumature più o meno intense. La sofferenza a cui ci si riferisce non è quella direttamente creata da eventi negativi esterni (se mi rompo un braccio il dolore c’è) ma quella auto-indotta proprio dalla nostra mente (“povero me”, “ma proprio questo doveva capitarmi”, “non sono riuscito ad evitarlo” – vi torna?). Il secondo tipo di sofferenza, molto più ampio e subdolo di quanto si pensi, può essere eliminato o ridotto proprio grazie all’atteggiamento consapevole che possiamo acquisire gradualmente con la pratica suddetta. Saremo così maggiormente consci, governandole meglio, delle nostre oscillazioni fra attaccamento e avversione rispetto a quanto, cose o idee che siano, riteniamo rispettivamente piacevole o spiacevole, così come del giudizio che crea tale dicotomia (mi piace/lo voglio, non mi piace/non lo voglio). “Stare con quel che c’è” attraverso una presenza mentale non giudicante ci permette di raggiungere un maggiore equilibrio, rendendo la vita migliore per noi e per gli altri. Infine, una considerazione interessante per le organizzazioni. La pratica della mindfulness (o meditazione di consapevolezza vipassana della scuola buddhista theravada – non si dice ma è la stessa cosa…!) può aiutare anche le aziende che decidano di offrire modalità di formazione e sviluppo decontestualizzate e rivolte alla persona più che al ruolo, con la certezza delle immancabili ricadute sul contesto lavorativo che ne deriveranno.

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