Ci sei o ci fai?

Uno dei primi insegnamenti ricevuti nella mia iniziale formazione sul coaching fu che  non dovevo dire “faccio il coach” ma “sono un coach”. Tale prescrizione al tempo mi convinse,  aiutandomi a capire che avrei dovuto incarnare a fondo con il mio esempio i principi e i valori del coaching. Rimaneva tuttavia qualcosa che non mi quadrava a pieno e oggi forse ho capito cosa. Se sono coach sono anche manager, padre e tanto altro. “Qualcosa” può quindi definire “chi” sono? No, e tantomeno un qualsiasi ruolo. Roberto Assagioli (per conoscere un po’ il suo pensiero: “Psicosintesi – Per l’armonia della vita”, Astrolabio, 1993) ci mette in guardia dai rischi della eccessiva identificazione, nel senso di ricondurre totalmente la propria identità soltanto a qualcosa, interno od esterno a sé, pena l’essere guidati da un pilota automatico, con ridotta consapevolezza e possibilità di scelta. La vita, in aggiunta, ci può sempre privare di un ruolo. Cosa rimarrebbe? A volte, ad esempio, solo la crisi di identità del neo-pensionato fino a quel momento identificatosi esclusivamente con il lavoro. Una equilibrata dis-identificazione ci  permette di interpretare ogni ruolo nel modo più efficace, anche in termini di risultati, perché dagli altri viene istintivamente percepita prima la nostra natura di persona e poi la “maschera” del ruolo. Oggi, se sono attento e ho voglia di stuzzicare un pò, cerco quindi di dire “faccio il coach”. Come chiunque altro, invece, “sono” molto di più.

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