Bugie e verità – 1

Una volta feci a mio figlio dodicenne una domanda a cui ero sicuro di avere già la risposta, cosa che è in cima alla lista delle modalità di comunicazione da evitare. Il vizio però è duro a morire e così gli chiesi “Eugenio, sai cosa è una metafora?”, pronto a spiegargli tutto quel che ne sapevo e l’uso che ne facevo nella formazione. L’immediata risposta di mio figlio “Una bugia beffarda al servizio della verità!” mi gelò. Superata la reazione istintiva di trovare qualche esorcismo per liberare l’adolescente da ciò che temevo si fosse impossessato di lui, ebbi il coraggio di fare un’altra domanda, a quel punto sincera, per capire se la definizione era stata un suo parto o meno. La nuova risposta per fortuna mi confortò: “Aldo Giovanni e Giacomo in “Tel chi el telùn”, atto secondo, quando devono dire alla Massironi che aveva rotto con le sue poesie dell’800 russo!”. Mi rassicurai così sullo stato di mio figlio, ma non completamente. Come aveva fatto a dodici anni a cogliere quella perla nel fuoco di fila di battute ben più semplici e ammiccanti in uno degli spettacoli più riusciti del famoso trio? Tornato a casa verificai sul dvd che diversi mesi prima avevamo visto insieme: aveva ragione! Beh, ancora non so se quella definizione è di Aldo, Giovanni o Giacomo o è attinta da altri, ma di sicuro è la più efficace e poetica che abbia mai sentito della metafora. Normalmente questa si spiega tramite l’etimologia greca del verbo relativo (trasportare) o come figura retorica tramite la quale indichiamo una caratteristica grazie a qualcosa che la rappresenta (“mi sento un leone”). Quelle sette parole invece parlano al cervello e al cuore, stuzzicando al tempo stesso l’intuito – con la sintesi di un aforisma e l’incisività di un claim di marketing ben costruito.

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