Benvenuto!

Ore 8:00 di un giorno qualsiasi, solito bar. Mentre mi gusto cappuccino e cornetto il barista-filosofo cerca di spiegare ad un giovane cliente il senso che per lui ha la vita. “Vedi, ogni mattina apri gli occhi e infili nel lettore il dvd, sempre quello del giorno prima”.

Dal tono pacato e dal sorriso comprendo al volo quello che intende mentre il ragazzo – fermo ad un significato probabilmente riduttivo – scruta con uno sguardo a metà fra il confuso e il commiserevole. Apparentemente sembrerebbe rassegnazione nell’accettare un destino predeterminato con tutto ciò che di ripetitivo e banale si porta appresso ma invece vi riconosco una visione spirituale della vita calata nelle piccole cose del quotidiano. “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti”, diceva ironicamente Oscar Wilde (ma quante citazioni vengono attribuite al poeta irlandese? Saranno tutte autentiche?).

E’ difficile accettare di buon grado tutto quello che la vita ci riserva. La nostra mente discrimina immediatamente fra bene-male, buono-cattivo, bello-brutto e così tendiamo a ricercare ciò che è piacevole resistendo, a volte fortemente, a ciò che riteniamo spiacevole.

Ma cosa significa veramente “accettare”? Esistono diversi livelli di accettazione, a partire dalla sottomissione passiva agli eventi e alle situazioni, passando dalla fatica della semplice tolleranza fino al livello più elevato della comprensione di quanto umanamente ci sembra inaccettabile, come ad esempio la morte o la malattia. Non siamo ineluttabilmente destinati alla sofferenza ma al contrario  questa, nella parte di sua manifestazione psicologica, è spesso autoindotta proprio dalla incapacità di accettare quello che ci capita e di lasciare che le cose accadano.

Dove è il limite fra l’accettare e l’agire per cambiare il corso degli eventi? Quanto il nostro destino è nelle nostre mani e quanto inevitabile? E’ un confine labile che possiamo riconoscere solo attraverso un esercizio di consapevolezza il più possibile continuo, valutando la nostra reattività eccessiva e quanto le nostre azioni sono dettate dall’ego e concentrandoci invece su ciò che veramente vogliamo realizzare, in contatto con la parte più alta di noi. Accettare non significa rinunciare a progetti e obiettivi bensì saper attivare correttamente la funzione della nostra volontà verso la realizzazione di ciò che è buono per noi e gli altri (cfr. lo psicologo Roberto Assagioli e la sua classificazione della volontà in forte-saggia-buona).

“Signore, dammi la forza per cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza per accettare quelle che non posso cambiare, la saggezza per distinguere le une dalle altre”. Così scrive il teologo USA del ‘900 Reinhold Niehbur, invocazione che facilmente può essere adattata per lo spirito laico e fatta propria da ciascuno.

Allo stesso modo tutti possiamo, quando apriamo gli occhi la mattina, recitare la preghiera laica del  “benvenuto” al giorno e a ciò che questo porta con sé, senza dimenticare in primis di accogliere sé stessi così come si è, con le proprie perfezioni e imperfezioni. Ugualmente possiamo utilizzare la pratica del “benvenuto” durante il corso della giornata quando qualcosa va storto o prima di affrontare un impegno gravoso o sgradito. Qualsiasi situazione può dare frutti impensati se ci predisponiamo con il giusto spirito per affrontarla in modo positivo.

Quindi…. BENVENUTO!

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