Braccia, cervello e cuore

In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo oggi la tendenza sembra essere verso uno stile manageriale che speravo potessimo ormai considerare di altri tempi. Per carità, non giudichiamo da programmi quali The Apprentice, con un Briatore che sbrigativamente liquida con un “Sei fuori!” e l’indice teso chi non raggiunge le sue aspettative di performance. Sfortunatamente, oltre alla macchietta di imprenditore ridicolizzato dall’imitazione dell’arguto Maurizio Crozza, ci si mette ora anche l’apprezzato Paolo Virzì con il suo film Il capitale umano appena uscito a ricordarci quali siano i valori di una certa Italia di oggi.
A parte la TV e il cinema, comunque specchio dei tempi, è evidenza quotidiana che la crisi ancora in corso abbia fornito ai manager un alibi per regredire verso modalità orientate ai risultati in modo sbilanciato, dimenticando che questi arrivano attraverso le persone.
Paura, mancanza di lungimiranza e incapacità sono le dimensioni che concorrono di più a far affermare oggi nei contesti organizzativi manager dominanti appartenenti alla categoria di maschi o femmine alfa, contribuendo ad un generalizzato peggioramento del clima aziendale. Società piccole o grandi che siano, italiane o multinazionali, trasversalmente rispetto a qualsiasi classificazione, sta peggiorando il benessere psico-fisico di chi vive le organizzazioni, il senso di appartenenza all’azienda e di realizzazione personale attraverso il lavoro.
Ancora credo che il lavoro nobiliti l’uomo o che almeno dovrebbe. Si riferisce che alla domanda di definire un uomo “funzionale” Freud rispose “Un uomo che ama e che lavora”, ad indicare le due dimensioni principali rispetto alle quali la persona esprime se stessa. Una visione che oggi forse possiamo vedere come limitata ma sicuramente centrata.
Continuo a promuovere, attraverso il mestiere di coach che svolgo, la necessità di gestire le risorse con un’attenzione vera al mondo interno dei bisogni e dei valori affinché si crei sintonia fra questi e quelli dell’azienda. Non per buonismo o per ingenuità ma per un legame valoriale forte con quello che ritengo essere giusto e al tempo stesso utile sia per i singoli che per la collettività. Può essere importante riscoprire quello che Abraham Maslow o Frederik Herzberg spiegavano già negli anni ’50-’60 dello scorso secolo, il primo rispetto ai bisogni superiori e il secondo in merito ai fattori “motivanti”. Senso di realizzazione, autonomia, creatività, riconoscimento e responsabilità: per ottenere performance superiori sono queste le leve “alte” da attivare in aggiunta a quelle costituite dai soli bisogni primari e fattori “igienici”, quali la retribuzione, la sicurezza, la stabilità.
Un detto americano ci ricorda che “con ogni due braccia che assumi ti arriva gratis il cervello” e a me piace includere nel package anche il cuore. Ho sempre dimostrato sul campo che quest’approccio funziona sul serio per creare risultati sorprendenti. Quando lo capirà quella parte rampante e aggressiva che oggi più di ieri si afferma nella popolazione manageriale? Io, comunque, continuo ad insistere…

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